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Ep.02 - Palma Bucarelli

La Galleria c’est moi! ... Sì, sono io!

Soprattutto, la galleria non è un museo.
L’ho sempre vista come un luogo di incontro, di cultura viva in cui il visitatore potesse incontrare l’arte da vicino.
Questa visione era radicata in me ancor prima di diventare storica e sovrintendente della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, accompagnandomi lungo tutti i 34 anni della mia presenza, fino al momento in cui mi invitarono a ritirarmi, mentre c’era da fare ancora tanto.
Avevo lottato per l’arte; per ogni singolo quadro; per trasformare l’approccio italiano e aprirlo alla modernità.

Avevo lottato durante gli anni durissimi della guerra, per salvare più opere possibile. Erano stati i sogni ad avvertirmi, “sogni orribili di quadri che si sfondano e di sculture che vanno in pezzi”. Così, per salvarli, ho viaggiato personalmente su 27 vecchi camion, nascondendo 672 dipinti e 63 sculture.
Dal 1941 al 1944.
Il mondo era in pezzi. Facevo avanti e indietro da Palazzo Farnese prima, Castel Sant’Angelo poi.
Vivevo in galleria, non dormivo e pedalavo di continuo per controllare che tutto fosse a posto tradendo persino gli ordini del governo fascista di Salò.

Poi, arrivò la pace. 
La rinascita. 
E finalmente nel dicembre del ’44 la Galleria riapriva, pullulando di occhi in cerca di bellezza. Finalmente essa divenne luogo di sperimentazione artistica, di scambio interculturale. Seguendo l’esempio di realtà estere più all’avanguardia, realizzammo l’idea del museo-scuola, che riusciva ad attrarre un pubblico di varia estrazione sociale, attraverso mostre, conferenze, proiezioni al fine di guidare lo spettatore e offrirgli uno sguardo sullo sviluppo dell’arte del suo tempo. Si partiva dalle piccole rivoluzioni: una distanza adatta tra le opere, la loro collocazione all’altezza dello spettatore, i colori tenui delle pareti, testi esplicativi affianco ad esse. Così l’arte si faceva penetrare.
Per la prima volta le opere di correnti internazionali erano affianco a quelle del nostro paese che così, finalmente si apriva all’Europa e al mondo.
Modigliani, Monet, Van Gogh, Degas, Cézanne, Kandinskij... Mi costarono decine di interrogazioni in Parlamento. Confronti ai quali io giungevo rigorosamente sola e preparata.
Mi accusavano di fare scempio del denaro pubblico, mentre io ripetevo che si trattava di «opere degli illustri maestri dell’arte europea di Ottocento e Novecento del nostro secolo. Non vedevo perché la gente dovesse accontentarsi di vedere delle riproduzioni, peraltro spesso anche pessime.» Le ragioni cambiavano, ma l’ostruzionismo della politica fu costante compagnia per un ventennio almeno. 
Nel 1971 «La mostra di Manzoni fu un terremoto! Nessuno capì che le scatolette al di là dell’etichetta non contenevano nulla, che era una provocazione di Manzoni, polemico contro le firme celebri di artisti che vendevano a mercanti e collezionisti le loro opere, “la scatola chiusa”. I quadri si compravano a occhi chiusi, a scatola chiusa? E allora Manzoni disse: bene, io vi do la scatola chiusa, con dentro merda d’artista. Quello delle scatolette fu un fatto morale, legato al clima del momento. Scandalizzarsi rivelò un pudore e una cattiva coscienza del tutto fuori luogo: l’artista non è uno scaricatore di coscienza, è anche colui che pone la società di fronte alle sue responsabilità e ne denuncia gli errori.»

Di cosa aveva paura la società italiana? Del nuovo? Del bello? Di una donna?
Ero bella, innegabilmente. Elegante ed austera, con il talento di essere autonoma e nel contempo di intessere relazioni nel mondo dell’arte e della cultura.
Spesso durante le interviste ho raccontato come «il mio aspetto fisico non mi abbia avvantaggiata. La mentalità corrente colloca una donna dalle fattezze gradevoli nel ruolo di signora mondana, di canastiera, di donna benefica. Disturba vederla in posto di responsabilità. Nello stesso svolgimento del mio ruolo non ho mai dato peso alla mia presenza. Anche in Italia è possibile che una donna possa essere apprezzata per il suo lavoro e soltanto per quello. Dipende da lei, dal prestigio che emana e dal rispetto che pretende... Mi si gratifica con appellativi come la “dogaressa”, la “papessa”, ironizzando in questo modo sul mio polso fermo, sulla mia tenacia. Insomma si ironizza su di me, evitando di porre l’accento sul contributo che ho dato alla cultura. La cosa che mi stupisce di più? Sentirmi dire che ho un corpo da donna e un cervello da uomo. Come se fossero solo gli uomini ad avere un cervello.».

Ho lottato, dunque. Persino contro le mie emozioni, quando mi ritrovai orfana della mia casa, la Galleria. Il confine tra lei e me, forse, non era mai esistito.
Una tristezza profonda, a volte leggera, a volte abissale, m’abbracciò e così mi allontanai dalle luci mondane dei salotti. 
Solo pochi occhi sono stati testimoni dei miei ultimi giorni.
Occhi affamati di bellezza, necessariamente, come quelli di giovani talenti e di affezionati amici.

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In collaborazione con l'associazione culturale AnimaFemina